Chemsex: quando sesso e chimica formano un binomio preoccupante

  1. Homepage
  2. Salute sessuale e procreazione
  3. Chemsex: quando sesso e chimica formano un binomio preoccupante
Chemsex

Sesso, droga e rock’n’roll. Nell’immaginario comune questi tre elementi si ergono a emblema assoluto del piacere dei sensi, dell’edonismo puro; eppure non è sempre così, le espressioni vanno contestualizzate, spesso sono investite di un’aura di magnificenza, al di là di ciò che rappresentano realmente e in questo caso di piacere ce ne è poco, fatuo e illusorio.

L’allarme arriva dalla Gran Bretagna, dove un articolo pubblicato sul “British Medical Journal” alla fine del 2015 denunciava l’incremento di pratiche sessuali a rischio (su 1142 persone intervistate, 1/5 afferma di aver praticato chemsex negli ultimi 5 anni, 1/10 nell’ultimo mese). Allarme che si espande a macchia d’olio anche in Italia, come è stato rilevato dallo studio portato avanti in una AUSL emiliana. Ma partiamo dall’inizio: di cosa stiamo parlando nello specifico?

Cos’è il Chemsex?

Chemsex” deriva dalla fusione dei termini “Chemical” e “Sex” e indica l’insieme delle pratiche di sesso intenzionale – che si protraggono per ore, dando vita a vere e proprie maratone di sesso – sotto l’influenza di droghe psicoattive, spesso mischiate con grandi quantità di alcool, particolarmente diffusa tra gli uomini over 30 che hanno rapporti sessuali con altri uomini. Questo ultimo particolare non deve trarre in inganno: il fenomeno riguarda parte della comunità gay, ma non solo. Nulla vieta che queste pratiche possano entrare nei comportamenti a rischio adottati da un sempre più preoccupante numero di persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Stigmatizzare la comunità gay e etichettarla con un altro stereotipo sarebbe fuorviante. Basti pensare al boom delle infezioni da HIV di pochi decenni fa: è ancora radicato il pregiudizio che la questione riguardi solamente le persone omosessuali e/o tossicodipendenti, ma i dati evidenziano il contrario.

Ma torniamo al Chemsex: le droghe maggiormente utilizzate in questi festini di sesso estremo sono il mefedrone, i cristalli di anfetamina e il ghb. Le prime due sono sostanze stimolanti che, incentivando l’aumento del battito cardiaco e della pressione, producono eccitazione sessuale e euforia, mentre il ghb è un efficace disinibitore e anestetico. Come detto prima, la connessione sesso-droga non la stiamo scoprendo oggi, ma questi tipi di droghe sintetiche incrementano la capacità di protrarre i rapporti sessuali per un tempo di gran lunga superiore al normale, il che rende il fenomeno nuovo e degno di nota. Appaiono evidenti i rischi di una condotta di questo tipo; primi tra tutti la dipendenza e il rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili.

Si parla volutamente di “dipendenza” e non di “tossicodipendenza” poiché il problema riguarda due aspetti: la dipendenza dai farmaci e la dipendenza dal “sesso chimico”. Se la prima è facilmente immaginabile, in quanto più di dominio pubblico, la dipendenza da pratiche sessuali in un continuo stato di euforia merita un approfondimento. Alcuni partecipanti alle maratone di chemsex riportano la sensazione di non poterne più fare a meno perché altrimenti il sesso risulterebbe “in bianco e nero”. Per loro non esiste più il piacere della condivisione, dell’intimità, della reciprocità vissuta nel sesso puro, senza l’ausilio di droghe. Ciò apre uno scenario di riflessione sulle difficoltà esistenti a monte, sul perché così tante persone, spesso in età avanzata rispetto all’adolescenza, sentano il bisogno di rifugiarsi in una dimensione di delirio.

I perché del Chemsex

I primissimi studi compiuti in Inghilterra, ma anche le testimonianze raccolte qui in Italia, portano a delle prime risposte: insicurezza, incapacità di relazione, stigma dell’Hiv. È evidente che le persone con bassa autostima possano essere indotte a fuggire dalla relazione, non sentendosi in grado di saperla affrontare e gestire, preferendo la soluzione più facile – per quanto enormemente pericolosa – di affidarsi a delle droghe che diano l’illusione momentanea di una forte empatia con l’altro, di una profonda connessione che svanisce nel momento di down chimico.

Si perde, quindi, il principio di fondo che vede il sesso, il piacere fisico come l’altra faccia della medaglia di un contatto personale, di una relazione tra due persone. Lungi da me portare avanti l’idea datata e un po’ parziale del sesso eticamente accettabile solo in virtù del grande amore; il sesso fine a sé stesso ha sicuramente una sua importanza e dignità, ma in questo caso viene meno il concetto dell’“esserci” profondamente.

Partecipare a sessioni di Chemsex rappresenta per queste persone una sorta di “comfort zone”, in cui nessuno dei partecipanti giudicherà i desideri altrui, in cui si potrà spostare sempre più in là l’asticella del concesso e vincere la noia, investiti da un senso di appartenenza molto alto, dove l’illusione di invincibilità e grandiosità troveranno lo spazio che nella vita di tutti i giorni non esiste. La perdita del controllo del proprio corpo e delle proprie azioni diventa, a questo punto, una possibilità molto reale. È nota alle cronache la vicenda che ha portato alla morte di Luca Varani, proprio in un contesto di questo tipo: senza dover giungere ad un epilogo così tragico, si può convenire che il fenomeno non può più essere ignorato, non si può più pensare che riguardi persone sbandate e pericolose. Si tratta di studenti, di lavoratori, di persone comuni che fuggono dalla loro vita prendendo sottogamba delle pratiche che possono avere conseguenze importanti.

Accennavo prima al pericolo delle malattie sessualmente trasmissibili: i primi studi londinesi affermano che i partecipanti alle maratone di Chemsex hanno rapporti, ogni volta, in media con cinque partner differenti. In circostanze di euforico stordimento, la preoccupazione di proteggere sé stessi e gli altri dal contagio di MST passa sicuramente in secondo piano. Inoltre molte persone, angosciate dalla possibilità di contrarre il virus dell’HIV, paradossalmente si avventurano consapevolmente in situazioni ad alto rischio per contrarre il virus e liberarsi dall’ansia che non permetterebbe un godimento senza pensieri dei rapporti futuri. Sembra assurdo ma non lo è.

Cosa si può fare?

 In misura preventiva probabilmente l’unica via è l’educazione all’affettività, al prendersi cura di sé e della relazione con l’altro. Forse il fulcro di tutto è l’isolamento. Alcune persone si lanciano in esperienze estreme pur di sentirsi vive, sensazione che non riescono ad ottenere nella vita di tutti i giorni. Non sono una sostenitrice delle demonizzazioni; non credo che il problema sia la tecnologia che ci tiene tutti incollati ad uno schermo, le droghe, il sesso che dilaga in molti contesti della nostra vita, la superficialità e la svogliatezza delle nuove generazioni. Credo che il punto sia nell’uso che si fa di qualsiasi cosa, e questo di solito assume dimensioni spropositate quando c’è mancanza di altro.

Avatar

Debora Peruzzi

Autore da:  28 aprile 2018

Sono nata nel 1985 a Roma, dove ho studiato e lavoro. Dopo la laurea in Psicologia Clinica e di Comunità, al momento di scegliere in che ambito svolgere il mio tirocinio non ho avuto dubbi: la sessuologia ha sempre avuto un forte fascino ai miei occhi. Ho svolto entrambi i semestri del mio tirocinio post lauream presso l'AISC - Associazione Italiana di Sessuologia Clinica dove, successivamente, mi sono formata con un master biennale in Sessuologia Clinica.

Ho collaborato con Psicologia Radio - Media di informazione psicologica e sociale dove ho curato una rubrica di interesse sessuologico dal nome "Sessualmente".

Sono co-fondatrice e responsabile Lazio di NUDI - Nessuno Uguale Diversi Insieme, un'associazione di psicologi che si occupa del benessere delle persone LGBTIQ, operando sul territorio nazionale per quanto riguarda la sensibilizzazione, la formazione, la ricerca e la consulenza clinica. Inoltre, collaboro con una realtà di persone con HIV a livello di prevenzione, sensibilizzazione e supporto psicologico.

La mia priorità professionale nell'incontro con l'altro è la creazione di uno spazio protetto in cui una persona in crisi possa sentirsi accolta, ascoltata e non giudicata, con l'obiettivo comune di recuperare e /o costruire insieme gli strumenti indispensabili per vivere una vita consapevole, autentica e serena.